Domenico Cimarosa nasce ad Aversa il 18 dicembre 1749 da Gennaro ed Anna Di Francesco. Il suo atto di nascita è ancor oggi gelosamente custodito presso la Chiesa di Sant’Audeno ove fu battezzato. Di umili origini, il piccolo Domenico trascorse la sua prima infanzia nella città normanna, al Vico II Trinità, oggi Via D. Cimarosa, in un vano terraneo di pertinenza ad un nobile palazzo ove la madre svolgeva le mansioni di lavandaia e portinaia. In quegli anni ad Aversa, per la forte presenza del clero, si svilupparono scuole di musica e canto, e forse proprio frequentando le funzioni religiose che il fanciullo ebbe il primo contatto con l’arte musicale. Purtroppo le condizioni  economiche disagiate costrinsero la famiglia Cimarosa a trasferirsi a Napoli, dove nel 1756 il padre Gennaro aveva trovato lavoro come operaio presso i cantieri della costruenda Reggia di Capodimonte. Così lasciarono la natìa terra di Aversa e presero in fitto una modesta abitazione nei pressi della chiesa e del convento di San Severo al Pendino, presso il quale la madre continuò a svolgere l’attività di lavandaia per i padri domenicani. Più tardi il padre morirà cadendo proprio da una delle impalcature allestite per i lavori alla Reggia, lasciando così madre e figlio nella miseria più profonda. 

Gli studi musicali

Fu proprio a Napoli che il piccolo Domenico conobbe Padre Polcano (o Porzio, secondo altre fonti), organista della chiesa. Il prete prese a benvolere il fanciullo e considerate anche le precarie condizioni in cui versava, gli fece ottenere, nel 1761, un posto nel Conservatorio di Santa Maria del Loreto, avendone intuito l’enorme talento musicale. Cimarosa ebbe così una compiuta educazione musicale e fu allievo di celebri musicisti quali Gennaro Manna, tra i più illustri insegnanti napoletani dell'epoca, nonché discepolo prediletto di grandi maestri come Francesco Durante, Antonio Sacchini, noto operista, e Niccolò Piccinni, compositore di fama europea che, con La Cecchina  o la buona figliola del 1760, aveva impresso una svolta decisiva all’opera buffa. Ma furono soprattutto Pietrantonio Gallo e Fedele Fenaroli ad occuparsi dell’istruzione musicale di Cimarosa.


Il debutto a Napoli e le prime esperienze italiane

Nella città partenopea il compositore aversano presenta la sua prima opera, Le stravaganze del conte su libretto di Pasquale Mililotti. Il debutto avviene durante il carnevale del 1772 presso il Teatro dei Fiorentini, tempio indiscusso dell’opera buffa napoletana. L’esordio, in verità, non fu tra i più felici, come si evince da un commento del marchese di Villarossa : “La musica, per essere di un principiante, fu compatita, tanto più che la poesia era ben cattiva…”. Infatti fino al 1776, Cimarosa scrisse soltanto un’altra opera, La finta parigina, su libretto di Francesco Cerlone, che andò in scena in un altro luogo storico della musica napoletana, il Teatro Nuovo. Nel 1777, con l’intermezzo in musica I tre amanti,  ci fu l’esordio romano di Cimarosa, a cui seguirono Il ritorno di Don Calandrino, Il matrimonio per raggiro e L’italiana in Londra, opera, quest’ultima, che ebbe un grande successo facilitando i contatti del musicista con i teatri di tutta Italia. Seguirono vari pellegrinaggi artistici in quel di Torino, Firenze, Venezia e Milano. A Firenze, in particolare, Cimarosa conobbe il granduca Leopoldo II di Toscana, futuro imperatore d’Austria e musicista dilettante, con il quale, pare, si sia divertito a “duettare” durante un ricevimento.

Il periodo russo

Nel 1787 Cimarosa parte per la Russia e giunge a San Pietroburgo, alla corte della zarina Caterina II. La permanenza del musicista aversano in quelle fredde terre durò poco meno di quattro anni e dal punto di vista artistico non rappresentò certo uno dei periodi migliori. Soltanto una delle tre opere scritte in Russia, Cleopatra, riscosse notevoli consensi tanto da restare in cartellone sino al 1804, ovvero sino a tre anni dopo la morte di Cimarosa. A San Pietroburgo, tuttavia, il musicista aversano divenne padre. La sua seconda moglie Gaetana Pallante (sorellastra sedicenne della prima, Costanza Suffi, morta di parto) diede infatti alla luce il primogenito Paolo, così battezzato in onore del padrino, granduca Paolo Petrovic, figlio della zarina Caterina II.


Il periodo austriaco e la maturità artistica

Nel 1791 Cimarosa lascia la Russia e dopo una lunga sosta in Polonia, a Varsavia, viene invitato a Vienna dal nuovo imperatore d’Austria, ovvero il suo vecchio amico Leopoldo II di Toscana. Nella capitale asburgica il musicista aversano viene ingaggiato come Maestro della Imperial Camera con un contratto di ben 12.000 fiorini l’anno, cifra elevatissima per quei tempi se si pensa che l’austriaco Mozart, nel 1787, per lo stesso ruolo ne aveva percepiti appena 800. A Vienna Cimarosa conobbe il poeta Giovanni Bertati e da questo felice incontro nacque il capolavoro dell’opera buffa settecentesca, Il matrimonio segreto, al quale spetta un primato davvero unico nella storia della musica: la sera della prima, per volere dell’imperatore d’Austria, l’opera fu bissata per intera .L’entusiasmo che il capolavoro cimarosiano destò per tutto il successivo secolo XIX (e che tuttora desta essendo rappresentato nei principali teatri del mondo) portò il grande scrittore Stendhal ad affermare in proposito : “Queste melodie sono le più belle che sia stato dato di concepire all’animo umano…”. Seguirono altri lavori come Amor rende sagace e Le astuzie femminili. Nel 1796, poi, Cimarosa presentò, presso il teatro La Fenice di Venezia (città allora sotto il dominio austriaco), quella che è considerata la sua migliore composizione nel genere serio, Gli Orazi e Curiazi.

Il ritorno in Italia

Tornato in patria, Cimarosa raggiunge la sua amata Napoli. Era il 1799 e la città era infiammata dai moti rivoluzionari che portarono alla costituzione della Repubblica partenopea. Il musicista (amico personale di Domenico Cirillo, Ettore Carafa, Mario Pagano e Luisa Sanfelice, tra i massimi esponenti dell’insurrezione), ne fu talmente affascinato da comporre la musica dell’Inno patriottico su testi di Luigi Rossi. Sconfitti i rivoluzionari e restaurata la monarchia dei Borboni, Cimarosa divenne ben presto oggetto delle ire dei regnanti  ed in particolare del tremendo cardinale Ruffo. A nulla valse il tentativo di ingraziarsi le nuove autorità attraverso la composizione della Cantata pel ritorno di Sua Maestà Ferdinando IV. Venne quindi arrestato ma rimase poco tempo in carcere. I regnanti russi unitamente al futuro cardinale Ettore Consalvi fecero opera di intercessione in suo favore e così la pena detentiva fu tramutata in esilio a vita. Cimarosa sarà mandato a Venezia dove, in circostanze ancora poco chiare, si spegnerà appena un anno dopo, l’11 gennaio 1801. Ivi fu seppellito presso la chiesa di San Michele Arcangelo, ma i suoi resti andarono dispersi a seguito del crollo del sacro edificio avvenuto  nel 1837 (curiosamente, la stessa sorte, in Austria, toccò alle spoglie di Mozart). Il funerale tenutosi a Venezia fu ripetuto a Roma il 25 gennaio per volontà del suo amico cardinale Consalvi presso la Chiesa di San Carlo dei Catinari. Tutti i musicisti che si trovavano quel giorno nella “città eterna” intervennero e si prodigarono gratuitamente per la esecuzione della Messa di Requiem scritta dallo stesso Cimarosa. Il suo busto in marmo, voluto sempre dal Consalvi ed eseguito dal grande Antonio Canova, fu posto nel 1816 nella chiesa romana di Santa Maria ad Martires. Più tardi anche la Francia onorerà il grande musicista aversano immortalandone l’effigie (insieme a quella dell’altro suo collega e concittadino Niccolò Jommelli) sulle pareti del glorioso Opera di Parigi. Domenico Cimarosa, oltre ai capolavori teatrali, lasciò molta musica da camera e d’ispirazione sacra, oratori, offertori, concerti per strumenti solisti ed orchestra nonché ben ottantotto sonate per tastiera, tuttavia è certo che la ricerca filologico-musicale sulla sua produzione artistica è ben lungi dall’essere completa e definita. A chi gli chiedeva quale fosse il segreto della sua musica, l’artista aversano soleva rispondere in lingua madre, indicando con una mano il cuore: “E’ ‘nnicessario chistu’ ‘ccà!”.  Oltre a Stendhal, anche Napoleone Bonaparte fu grande estimatore di Cimarosa. Si narra infatti che il condottiero francese chiese un giorno al suo amico Gretry quale fosse la differenza tra Cimarosa e Mozart (al quale veniva spesso paragonato). “Sire – rispose Gretry – Cimarosa mette la statua sul teatro ed il piedistallo nell’orchestra, laddove Mozart mette la statua nell’orchestra ed il piedistallo in teatro”.