Storia

Le radici

L’origine della città è remota, come testimonia il nome dell’antico villaggio “Verzulus“, chiamato “Sanctum Paulum ad Averze” in onore di S. Paolo Apostolo (Patrono attuale della città), che si vuole sia passato per queste terre nel suo viaggio verso Pozzuoli.

Ma l’importanza storico-politica di Aversa inizia nel 1030 con la venuta dei Normanni, ai quali fu concesso il territorio dal Duca Sergio IV Conte di Napoli, per l’aiuto prestatogli nel 1027 contro Pandolfo IV, principe longobardo di Capua.
Il loro capo, Rainulfo Drengot, la cinse di mura e ne fece una contea indipendente (la prima contea normanna in Italia), riconosciuta dall’imperatore Corrado nel 1038.
Nasceva così la Contea di Aversa, che estese il suo dominio su buona parte della Campania sotto il governo dei 12 Conti Normanni, che regnarono per 126 anni.
Fu indubbiamente questo il periodo storico più importante della città normanna.
Si ebbe un notevole sviluppo economico e culturale della città (che ebbe note scuole grammaticali) e l’istituzione della sede vescovile presso l’ erigendo Duomo, costruzione iniziata dal principe capuano e conte aversano Riccardo I, nel 1050.

Durante il sec. XIV spesso vi risiedette la corte angioina; nella sua fortezza, il Castello Angioino il 17 settembre 1345 fu strangolato Andrea d’Ungheria primo marito di Giovanna I regina di Napoli e, tre anni dopo, Ludovico re di Ungheria vi invitò a banchetto quanti avevano preso parte all’assassinio di suo fratello e li fece uccidere.

Vi trovò rifugio nel ‘400 fra’ Moriale con alcuni ungheresi, che si arresero all’assedio di Andrea Malatesta di Rimini. Fu poi occupata da Attendolo Sforza per Ludovico d’Angiò, e nel 1440 da Alfonso I d’Aragona; nel 1529 vi capitolò il marchese di Saluzzo comandante dei Francesi, assediatovi da Filiberto di Chalons – Orange.
Aversa visse, con alterne fortune, gli eventi legati al succedersi delle varie dinastie nel Regno di Napoli dal 1190 al 1806 nelle cui vicende si confonde e sfuma la sua storia.

È stata gravemente danneggiata dai terremoti del 1805 e del novembre 1980.

I Conti Normanni

L’insediamento dei Normanni in Italia è stato deciso dal Sovrano onnipotente che presiede alla successione dei tempi e dei regni”, scrisse sul finire dell’XI secolo Guglielmo di Puglia. Mentre Goffredo Malaterra, monaco benedettino e normanno del monastero di Sant’Eufemia fondato da Roberto il Guiscardo, nel suo De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliane comitis er Roberti Guiscardi ducis fratris, sostenne addirittura che Dio avesse suggellato con “la stirpe di Tancredi d’Altavilla un’alleanza simile a quella che in altri tempi aveva stipulato con Abramo”. Se non bastasse, un altro cronista, il campano Amato di Montecassino, monaco di quell’abbazia, non esita a sostenere che era stata “la giusta volontà di Dio” ad affidare “la terra d’Italia ai Normanni a causa della perversità di coloro che la governavano”.
Il conquistatore normanno, “astutissimo e vendicativo” veniva così presentato come il “nuovo popolo eletto”.
E di esso si offriva un ritratto molto eloquente e articolato: “Questo popolo è dotato di una particolare ingegnosità. Sa vendicare le ingiustizie, lasciare la propria patria nella speranza di trovare altre opportunità più vantaggiose.
Avido di ricchezza e di potere, è in grado di simulare qualunque cosa e si mostra allo stesso tempo generoso e avido”. Orderico Vitale, un altro cronista normanno del tempo, li definisce “gente sfrenata”, e Gugliemo di Malmesbury un popolo pronto a “usare ogni inganno quando la forza fisica non è più sufficiente”.

CHI ERANO I NORMANNI

Ma chi erano effettivamente i Normanni che nell’XI secolo conquistarono l’Italia meridionale, dalla Puglia alla Calabria alla Sicilia? E quali furono i segni che questa dominazione lasciò nella cultura e nella società meridionali.
L’immagine tradizionale che si ha di essi, frutto della gesta, è quella di un popologuerriero, forte, sempre pronto alla battaglia e capace di grandi conquiste militari. Eppure questo popolo dimostrò di avere non solo una notevole capacità di adattamento, ma soprattutto uno straordinario “senso politico dando vita alle prime forme di stato moderno”.

Furono i Normanni a introdurre in Italia l’esperienza cavalleresca e il potere monarchico, due fattori che risultarono determinanti nella trasformazione del Mezzogiorno da area marginale, periferica, a una potenza militare.
In più, avviarono il processo di latinizzazione del Mezzogiorno e favorirono la fusione di elementi nordeuropei e lombardi con quelli bizantini e musulmani in una produzione eclettica di cui ci sono rimaste straordinarie testimonianze architettoniche e artistiche.

I Normanni erano discendenti di quei Vichinghi che intorno all’800 toccarono le coste della futura Normandia e che nell’820 compirono delle incursioni sul corso inferiore della Senna. Negli anni successivi questi sbarchi si intensificarono e inutili furono i tentativi di difesa, tant’è che il governo carolingio abbandonò nell’867 la regione che sarebbe diventata la Normandia affidandone la protezione ai Bretoni. Ma inutilmente, perché nel 911 il re carolingio Carlo III il Semplice decise, con il trattato di Saint-Clair-sur-Epte, di cedere Rouen e i territori vicini a

Rollone, capo dei guerrieri vichingi, appartenente a una famiglia di capi locali della Norvegia che, dopo una lite con la dinastia reale, si disperse tra le coste settentrionali della Francia, le isole Orcadi e l’Islanda.
Questo fu il primo nucleo dello stato normanno, che si andò estendendo in maniera disordinata, e dopo momenti di crisi conobbe una certa stabilità solo sotto il regno di Riccardo II (996-1026) e poi un vero e proprio periodo di eccezionale prosperità con Guglielmo il Conquistatore.
Questi, dopo essere riuscito a imporre nel 1047 la propria autorità sull’aristocrazia normanna, favorì lo sviluppo della chiesa regolare, allontanandola definitivamente dall’area nordica; un processo che aveva conosciuto, con Guglielmo da Volpino, uno dei protagonisti dell’Europa medievale, insieme a Gerberto d’Aurillac, divenuto papa con il nome di Silvestro II, notevole impulso, con la costruzione di cattedrali, abbazie e monasteri, con audaci modelli architettonici, sul modello cluniacense, e determinando l’integrazione nell’Europa cristiana e romana. Un’ opera che conobbe qualche rallentamento dopo l’insediamento dei Normanni in Inghilterra, dove vennero chiamati ecclesiastici e laici per avviare il processo riformatore del nuovo regno.

L’ARRIVO DEI NORMANNI NEL MEZZOGIORNO D’ITALIA

Bisogna ricordare che prima dell’arrivo dei Normanni le regioni meridionali facevano riferimento a tre aree culturali e politiche profondamente diverse: l’Abruzzo, che era parte del regno carolingio d’Italia, e i principati longobardi di Benevento, Capua e Salerno, i quali non avevano accettato l’integrazione nel regno dei Franchi, appartenevano all’Occidente.

La Calabria, occupata in prevalenza da popolazioni di lingua greca, e la Puglia, abitata da Latini sottoposti al diritto longobardo, erano due temi dell’impero bizantino (un tema era la provincia dell’impero governata da un capo militare). La Sicilia, invece, era musulmana fin dal IX secolo.

Se si deve credere a uno dei cronisti della conquista, Amato di Montecassino, nel 999 quaranta normanni che tornavano da un pellegrinaggio al Santo Sepolcro, si sarebbero fermati a Salerno e avrebbero aiutato il principe Guaimar a respingere un attacco musulmano.
Guglielmo di Puglia, invece, sostiene che il primo incontro fra Normanni e popolazioni del Meridione avvenne sul Gargano nel 1016, fra un gruppo di pellegrini d’Oltralpe e Mele di Bari, il quale guidava la rivolta dei Longobardi di Puglia contro le autorità bizantine. Negli anni successivi i Bizantini combatterono contro i Normanni, assoldati in Puglia e in Campania da principi e abati.
E’ certo però che tra il 1018 e il 1037 si installò ad opera dei Normanni guidati da Rainuldo Drengot la contea di Aversa.
Giunse poi una nuova ondata di Normanni, comandati da tre dei numerosi figli di Tancredi d’Altavilla.
Recatisi in Sicilia per combattere gli Arabi, non ottennero dai Bizantini di Maniace la giusta ricompensa.
Si impossessarono quindi progressivamente della Puglia e del ducato di Benevento, di cui fu proclamato conte Guglielmo “Braccio di Ferro”, figlio di Tancredi, signore di Hauteville-la-Guiscard, al quale successero Drogone e poi Umfredo.

Come sede fu scelta Melfi (1042).

Lo sviluppo urbano

L’abitato di Aversa rivela nella sua struttura urbanistica due differenti fasi di sviluppo:

1) il nucleo normanno di fondazione (XI secolo) a pianta radiocentrica, formato da strade anulari e radiali con al centro la cattedrale di San Paolo, ove con ogni probabilità si trovava il castello di Rainulfo Drengot, di cui non restano tracce;

2) la struttura ortogonale del quartiere Lemitone (XVII secolo) posto a sud est del nucleo primitivo.

Il primo tracciato è ancora oggi riconoscibile nell’anello stradale composto da via S. Domenico, via Sellitto, via Cirillo, via S. Nicola, via S. Marta, successivamente ampliato per comprendere anche i borghi di nuova formazione. Questa seconda cerchia muraria, che si snodava lungo via S. Maria la Neve, via S. Francesco da Paola, via S. Andrea, via Cimarosa, via Golia e via Drengot, continuò a rispettare la struttura radiocentrica dell’originario schema urbanistico, congiungendosi al centro politico e religioso della città, con tracciati stradali radiali.

A quei tempi la città contava sei rioni: S. Croce, S. Girolamo, S. Antonino, S. Andrea, S. Maria a Piazza e S. Nicola, che con il borgo fuori le mura di S. Lorenzo ed altri sette sobborghi, formavano come tanti piccoli universi cittadini. Durante il periodo Angioino, la politica di alleanza alla Chiesa portata avanti dai sovrani francesi, favorì il moltiplicarsi delle strutture conventuali degli ordini mendicanti, sancendo l’inizio di quella massiccia diffusione di strutture sacre che diverrà una delle principali peculiarità di Aversa. Agli Angioini si deve un ulteriore ampliamento delle mura cittadine (1382) e l’apertura (1303) di una nuova importantissima arteria, la Via Nuova (le attuali via Saporito – via Roma), che, favorendo lo sviluppo verso sud, conferirà un nuovo aspetto alla città, avviando la dissoluzione dello schema radiale medioevale.

Tra il XVI e il XVII secolo la realizzazione del quartiere Lemitone, secondo uno schema quadrilatero con strade che si incrociano ad angolo retto, tagliate da una diagonale (via Orabona), assestò il definitivo colpo di grazia al vecchio impianto urbano. Il Lemitone, il cui perimetro è rappresentato da via Magenta, via Roma, via Belvedere e via Costantinopoli, ripete lo schema dei quartieri spagnoli di Napoli, fatti realizzare oltre mezzo secolo prima dal Vicerè spagnolo don Pedro de Toledo.

Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, altre consistenti modifiche furono apportate alla struttura della città dall’apertura di nuove arterie stradali e dall’abbattimento di molti edifici conventuali e civili in abbandono. Tra le più significative, la realizzazione di piazza Marconi (1928) e piazza Municipio (1937), che sorgeranno rispettivamente nell’area degli ex-conventi di S. Girolamo e S. Francesco d’Assisi, ed il sistema vie (Mazzini – Diaz – Garibaldi) e piazze (Mazzini – V. Emanuele – Municipio) che collega la Stazione ferroviaria con piazza Municipio.

Momenti storici

l battagliero Papa Leone IX e il totale capovolgimento della politica papale verso i Normanni

Il battagliero Papa Leone IX, al fine di scacciare definitivamente i Normanni che giudicava dei prepotenti, barbari e crudeli, si pose al comando di gruppetto di soldati nonostante suo cugino, l’imperatore d’occidente Arrigo III, avesse ritirato la parte più cospicua delle truppe imperiali dalla coalizione anti-normanna.

Nella pianura di Civitate, attraversata dal fiume Fortore, in Puglia, si scontrò però contro il ben più esiguo esercito normanno, formato a sua volta da tre raggruppamenti, alla testa dei quali v’erano il conte Unfredo, suo fratello Roberto (detto il Guiscardo) e Riccardo, conte di Aversa.
Grazie alla rapida e travolgente azione di costui (portatosi per primo valorosamente all’attacco) si costrinse il nemico alla fuga ed si aprì la strada alla grande vittoria dei Normanni.

Il Papa rifugiatosi nella cittadella di Civitate, debolmente munita, fu costretto, per l’accerchiamento posto dai Normanni, ad arrendersi.
Fatto prigioniero, venne tuttavia trattato con ogni onore dagli stessi che arrivarono a prostrarsi in ginocchio davanti a lui chiedendo perdono.
Tale ossequioso comportamento, riferiscono le cronache del tempo, determinò il totale capovolgimento della politica papale verso i Normanni.

Il primo passo fu quello di togliere loro la scomunica e concedere, in quello stesso anno, la sede episcopale alla Contea di Aversa, dichiarandola esente e mettendola sotto la diretta protezione della Santa Sede.

La rappacificazione tra il Papato ed i Normanni, con la quale i secondi diverranno i più fedeli alleati della Chiesa nella lotta per la riforma “gregoriana”, fu sancita dal Concilio di Melfi dell’agosto 1059, mediante un patto ufficiale sottoscritto per la parte normanna dal conte Riccardo I di Aversa e Roberto il Guiscardo.


La rivolta contro Carlo I d’Angiò e la fondazione del complesso conventuale di San Francesco delle Monache

Dopo la vittoria di Benevento contro lo svevo Manfredi, Carlo I d’Angiò marciava trionfalmente verso Napoli, appena eletta nuova capitale del regno, quando in prossimità di Aversa fu avvicinato da una delegazione di 18 cavalieri napoletani guidati dal nobile Francesco Loffredo, che gli consegnò le chiavi della capitale.
Ma, per una strana ironia della sorte, proprio nella città di Aversa, dove aveva ricevuto le chiavi ed il benvenuto dei sudditi, scoppiò dopo poco tempo una violenta agitazione antiangioina capeggiata da un gruppo di nobili che, unitamente a consimili bande di cospiratori napoletani e capuani, tentava di favorire l’ascesa al trono di Corradino di Svevia.
Sedata la rivolta, la vendetta del novello re non si fece attendere.

I rivoltosi aversani vennero condannati al carcere e privati di tutti i loro beni, mentre il nobile feudatario Riccardo Rebursa, considerato il capo dei rivoltosi di Aversa, fu condannato a morte e, quindi, decapitato come il giovane Corradino.

Alla madre e alla moglie del Rebursa, Altrude e Margherita, fu concesso tuttavia di continuare a dimorare nell’edificio di Borgo Sant’Andrea, posto fuori le mura della città, che le due nobildonne, per la loro particolare devozione a San Francesco e Santa Chiara, si diedero a trasformare ben presto in un complesso conventuale, dapprima con la costruzione di una chiesa dedicata ai due Santi, quindi di un monastero per clarisse.


Il delitto di Andrea d’Ungheria nel luogo adiacente la chiesa attualmente detta di Casaluce

Con l’ascesa al trono della regina Giovanna I (1343-1382), figlia di Roberto d’Angiò, la crisi del regno di Napoli si manifestò in tutta la sua drammatica evidenza e anche Aversa ebbe a subire le disastrose conseguenze della nefasta condotta di costei e della sua scellerata corte.

Infatti, fu proprio nel castello angioino di Aversa che maturò nel 1345 il delitto del principe consorte Andrea d’Ungheria, a cui Giovanna era andata in sposa appena diciassettenne.

La coppia regale, col suo seguito di dame e cavalieri, arrivata sul tardi nella residenza aversana (che sorgeva nel luogo adiacente la chiesa attualmente detta di Casaluce), dopo un lauto banchetto si ritirò nei rispettivi appartamenti.
A notte inoltrata, Andrea fu svegliato col pretesto di urgenti comunicazioni.
Pensò forse che fosse finalmente arrivata la tanto attesa bolla papale che autorizzava la sua incoronazione, ponendo così fine al mal sopportato ruolo di principe consorte senza poteri decisionali, come il testamento di re Roberto aveva sancito.
Ma purtroppo per lui si trattava solo di una tragica imboscata ordita, forse all’insaputa della stessa regina, da personaggi di corte per nulla disposti a tollerare ingerenze esterne nel governo del regno.
Appena entrato, infatti, nella sala adiacente, fu assalito dai congiurati in agguato, ucciso ed impiccato ai merli del loggiato, quindi gettato nel giardino sottostante.
Solo dopo tre giorni, un canonico della cattedrale, mosso a pietà, si prese cura delle sue spoglie.

Nel 1348, il re d’Ungheria, Luigi, fratello di Andrea, che aveva più volte annunciato propositi di vendetta, si portò in Aversa con un poderoso esercito.
Preso possesso della città, convocò i baroni e tutti coloro che stavano vicino alla corte con il pretesto di un grande banchetto di riconciliazione.
La regina, però, intuendo le reali intenzioni dell’astuto cognato, insie­me al suo nuovo marito, preferì rifugiarsi in Provenza.
Concluso il banchetto, infatti, il re ungherese scatenò la sua devastante ira, compiendo orrenda strage di quanti riteneva responsabili dell’uccisione del fratello, mentre le truppe al suo seguito funestavano la città con rovinosi saccheggi e razzie.


Garibaldi ad Aversa

Alla vigilia della più bella e decisiva battaglia del nostro Risorgimento, quella del I ottobre 1860, che verrà detta del Volturno, il grande generale Giuseppe Garibaldi, in cerca di finanziamenti che potessero servire a meglio equipaggiare il proprio esercito, si recò a S.Maria C.V. e ad Aversa.
In questa città si rivolse per un prestito alla famiglia dei baroni Ricciardi Serafini de Conciliis, proprietari di un bellissimo edificio (l’attuale Palazzo Golia) in via Seggio, promettendo la restituzione della somma da parte dello Stato Sabaudo ad un tasso centuplicato.
Il prestito gli fu accordato, ma non dalla nobile famiglia, che risultò inopinatamente al verde, ma da un commerciante suo inquilino, Giuseppe Motti, cui i nobili si erano rivolti.
In particolar modo, fu la intraprendente moglie di costui ad impegnare la dote paterna per la causa patriottica.
Garibaldi, dopo aver pernottato nella dimora dei de Conciliis, se ne ripartì, preparandosi ad affrontare quella che rimane l’impresa più bella della storica epopea del 1860.
L’esito della battaglia non era affatto scontato.
L’esercito garibaldino, al contrario di quello borbonico più numeroso e bene armato, mancava di munizioni e vettovagliamenti.

Il I ottobre, con la eroica vittoria del Volturno da parte dei garibaldini sui borbonici, la guerra per la conquista delle Due Sicilie era virtualmente conclusa. Al sopraggiunto esercito piemontese restava solo da terminare l’impresa, cosa che avvenne con la presa di Capua e Gaeta.
Lo Stato Sabaudo, tenendo fede alla parola data da Garibaldi, provvide a restituire i debiti contratti da costui al tasso promesso.
Per la famiglia Motti ciò significò un’insperata fortuna, che permise loro di acquistare il palazzo della servitù ed il proprio negozio dai nobili de Conciliis.

1892 arriva l’acquedotto

La nostra Aversa, nonostante la felice positura naturale e la sua importanza nella zona, mancava sul finire dell’Ottocento di buona acqua potabile e di un’adeguata rete fognante.
Sita nella parte occidentale della Campania felix, nel secondo bacino dei Regi Lagni, la città che già aveva tratto vantaggio dalle bonifiche degli agri contermini sentiva il bisogno di un opportuno risanamento urbano.
Ciò perché un secolo fa era un centro di circa 25mila abitanti con una certa giurisdizione su alcuni paesi vicini e con note istituzioni, l’Annunziata, il Seminario, S. Lorenzo, il Manicomio, la Caserma di Cavalleria e così via.

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