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L’ O.P.G.

Ospedale Psichiatrico Giudiziario “Filippo Saporito” di Aversa

Correva l’anno 1876 quando nell’edificio dell’ex convento di San Francesco, ad Aversa, allora casa di pena per invalidi, il direttore generale delle carceri, Martino Beltrani Scalia, in assenza di disposizioni legislative creò la sezione per maniaci, inviandovi diciannove rei-folli affidati alle cure di Gaspare Virgilio, medico-chirurgo della casa penale dal 1867.

Sarà poi il Regolamento generale delle carceri emanato nel 1891, a seguito del Codice Penale Zanardelli del 1889, a prevedere espressamente la misura del manicomio giudiziario per “i condannati divenuti pazzi durante la espiazione della pena, ed agli imputati ed accusati dei quali l’Autorità giudiziaria competente ordina il ricovero forzato, temporaneo o definitivo”.

Virgilio, celebre alienista e fedele seguace delle teorie lombrosiane, già direttore del manicomio civile di Aversa “S. Maria Maddalena” dal 1863 al 1904, aveva qui iniziato i suoi studi sul parallelismo tra malati di mente comuni ed alienati delinquenti, studi resi possibili in quanto il manicomio civile da lui diretto era l’unico manicomio in tutto il Regno che accoglieva malati di mente, autori di reato.
Prima come medico chirurgo e poi come alienista, nel 1904 assunse la direzione del manicomio giudiziario lasciando quella del manicomio civile.
Virgilio approfondì i suoi studi sui rapporti tra delinquenza e follia, passando dall’iniziale identificazione tra pazzo e reo al concetto di “analogia” tra delinquenti e malati di mente.
Nel 1904 la sezione per maniaci fu ampliata e trasformata in direzione autonoma di manicomio giudiziario.
Nel 1907 Filippo Saporito successe a Virgilio nella direzione del manicomio giudiziario di Aversa.
Il problema della creazione di spazi detentivi ove contenere quei soggetti autori di reato riconosciuti incapaci di intendere e di volere, o dei rei già detenuti e impazziti in carcere, i cosiddetti rei-folli, era avvertito con grave disagio e drammatica urgenza da parte delle autorità.
Sia i manicomi civili, infatti, che le direzioni delle carceri, si rifiutavano di ospitare entrambe le categorie.

Sugli esempi di esperienze realizzate all’estero, dall’Inghilterra alla Francia alla Germania, dal Canada agli Stati Uniti, ad Aversa si sperimentò quindi questo primo esempio di asilo per maniaci, prototipo del manicomio giudiziario così fortemente auspicato dagli esponenti dell’antropologia criminale, primo fra tutti Cesare Lombroso.

Questo primo esperimento sarà imitato dopo qualche anno da analoghe strutture che sorgeranno a Montelupo Fiorentino (1886), a Reggio Emilia (1896), a Napoli (1923), a Barcellona Pozzo di Gotto (1925), a Castiglione delle Stiviere (1939) a seguito di una convenzione tra il ministero di Grazia e Giustizia e l’Amministrazione degli Istituti Ospedalieri), a Pozzuoli (1955).

Sono note le drammatiche vicende che alla fine degli anni Settanta portarono i manicomi giudiziari al centro di aspre polemiche e ferme richieste di chiusura di essi: prima la morte della ricoverata Antonia Bernardini, avvenuta nel 1975 nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, quindi le denunce di gravi illegalità verificatesi negli istituti di Aversa e di Napoli.
Domenico Ragozzino, direttore del manicomio giudiziario di Aversa, e Guglielmo Rosapepe, direttore a Napoli, furono entrambi accusati delle gravi violazioni.
Imputati e condannati in primo grado, furono quindi assolti in appello dalle accuse che erano state loro mosse.
L’assoluzione, comunque, non cancellò il ricordo dei drammatici fatti avvenuti in quei luoghi.
I due funzionari, travolti dagli scandali, posero fine alla loro vita con il suicidio.

Le critiche vecchie ed attuali rivolte ai manicomi giudiziari non possono comunque non far rilevare che gli antropologi criminali, gli psichiatri, i filantropi del secolo scorso e dell’inizio di questo secolo, e la ricca bibliografia esistente lo attesta, fossero sinceramente persuasi che la nascita dei manicomi criminali avrebbe realmente prodotto la panacea di tutti i mali riguardanti la prevenzione della criminalità e l’unica valida misura per attuare un’efficace difesa sociale.

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