Patria di uomini illustri

In tutti i rami dell’attività umana fu Aversa illustrata dai suoi figli.
Fu patria di illustri uomini: guerrieri, letterati, poeti, giureconsulti, medici, artisti.

Beomondo D’Antiochia s’ebbe sempre un ricco stuolo di crociati nell’anno 1090.
I normanni avevano uno spirito eminentemente avventuroso e non potevano restar sordi al grido di Pietro l’Eremita; e tutte le spedizioni fatte per la liberazione del Santo Sepolcro trovarono un largo seguito fra essi.

Uno dei tredici campioni, combattenti nella famosa sfida di Barletta – Ludovico Abenavolo – nacque in Aversa.

Alla battaglia di Lepanto eravi un Alessandro Merenda, di Aversa, comandante di quarto all’ordine di Doria, che per il suo valore, si ebbe l’ammirazione e la stima speciale del severo don Giovanni d’Austria, comandante supremo della flotta, che fiaccò la potenza dei Turchi.

Alla presa di Sebastopoli fu un aversano – Aniello Luigi Bianchi – che, primo fra tutti, salì sugli spalti della formidabile torre di Malackoff, piantando per il primo la bandiera anglo-italo-franca sul bastione Redan. Ebbe tra vescovi e cardinali un Guiscardo, un Colonna, un Caraffa, un Caracciolo Junnico, un Durini e un De Luca, chiari per dottrina e virtù d’opere benefiche; scrittore lodatissimo un canonico Onorato e teorico sommo un canonico De Fulgore, ed altri. Tra i suoi patri scrittori vanta un Giulio Cesare Mele e un Luca Prassiccio, menzionati dal Giustiniani e di cui avanzano pochi brani manoscritti nel Calefati; il poeta Paolo Pacello, che ci lasciò prose e poesie varie, inediti manoscritti nella Biblioteca Nazionale di Napoli; tra giureconsulti che ci lasciarono opere in stampa non sono da obliare il Di Mauro, il Grammatico, il Pelliccia, il Cirillo, il Longo; – un Prospero Cappella, poeta latino; – archeologo un Caterino e italiani poeti, il Mormile, il Capasso e il De Ferrariis; – storiografi e cronisti, il Guarino, il P. Costa e il Fabozzi, il Moschetti e ultimi il Salzano e il Parente che cittadine memorie ci lasciarono di Aversa; della Diocesi sono notevoli il Basile, il Giordano, il Mastrominico, il De Muro.

Tra medici e scienziati si annovera l’Artaldo, il Grimaldo, il Ciaforello, il Gargano – bruciato come eretico in piazza mercato ai 24 marzo 1564 – il Lucarozzi, un Domenico e Niccolò Cirillo, il Serao, il Braucci; questi ultimi più a noi vicini. Alle miti aure di questo cielo nacquero maestri di musica, celebratissimi, Nicolò Jommelli, Domenico Cimarosa, Durante.

Scrittori drammatici di grido furono un Della Valle-Ventignano e Genoino. Un Simonelli, uno Stanzione, un Graziano, un Sellitto, un Mercurio, furono artisti pittori di fama. In mezzo a tali nomi sarebbe colpa il tacere quello del venerando Raffaele Lucarelli, che per dottrina profonda, e per vari pregi di anima, si ritiene come una gloria di Aversa.

Fra tutti questi illustri uomini i più celebri furono il Cimarosa, il Jommelli, il Mario Pagano, il Cirillo ed il Parente.

Domenico Cimarosa (vedi scheda»)
nacque in Aversa ai 17 dicembre 1749, da un muratore a nome Gennaro e da una lavandaia a nome Anna Di Francesco. Deve la sua celebrità a sé stesso, alla sua forte volontà e al suo genio, soprattutto. Aveva pochi anni allorché gli morì il padre suo, vittima del lavoro.
Visse miseramente col solo lavoro della madre. In seguito ebbe la fortuna di imbattersi in un frate, il Padre Polcaro, che malgrado il Cimarosa vestisse cencioso, pure lesse nel suo sguardo il germe del genio. Lo condusse a casa sua e, sul cembalo, fece imparare al giovane Cimarosa i primi elementi musicali, fino a farlo ammettere come alunno nel Collegio di musica. Ecco le origini del celebre autore del “Matrimonio Segreto” scritto nel 1792. Il Cimarosa morì a Venezia al primo anno di questo secolo, cioè il dì 11 gennaio 1801.

E’ passato un secolo e la musica del Cimarosa è tuttora di buon gusto, malgrado i profondi cambiamenti dell’arte musicale. Il grande Napoleone chiedeva un giorno all’illustre Gretty il suo giudizio fra il Cimarosa e il Mozart, e questi rispose: “Sire, Cimarosa pone la statua sul palcoscenico ed il piedistallo nell’orchestra e viceversa il Mozart”. Queste parole compendiano il giudizio fra le due scuole: la italiana e la tedesca. Gian Giacomo Rousseau scriveva ad un amico: “Corri a Napoli a sentire i capi d’opera del Leo, del Durante, del Jommelli e del Pergolesi”. Ebbene fra questi quattro, due sono nati ad Aversa: il Durante e il Jommelli.

Il Niccolò Jommelli (vedi scheda»), come il Cimarosa, nacque da umili genitori – suo padre faceva il bottajo, ed il Jommelli venne anch’esso iniziato nell’arte paterna. Un giorno, dicesi, che il maestro di musica Durante restò sorpreso che il piccolo bottajo Jommelli battendo sui cerchi della botte, eseguiva, con un’esattezza meravigliosa, le battute di una messa da lui diretta in una chiesa d’Aversa. Da qui incominciò la fortuna del Jommelli.

Gaetano Andreozzi (vedi scheda ») , detto “Jommellino” perché per parte di madre era nipote del grande Niccolò, nacque ad Aversa il 22 maggio 1763. Giovanissimo fu ammesso al Conservatorio della Pietà dei Turchini ove iniziò gli studi di canto, armonia e contrappunto sotto la direzione di valenti maestri. Apprese poi la composizione dallo zio Niccolò Jommelli. Le sue prime composizioni giovanili furono delle cantate per una sola voce e dei duetti per due soprani col solo basso. A sedici anni uscì dal Conservatorio e si recò a Roma dove compose, per il teatro Argentina, la sua prima opera seria in due atti, La morte di Cesare, che ebbe molto successo. Il Durante lo prese a proteggere e, più tardi, lo fece ammettere al Real Conservatorio di Musica.

Possiamo annoverare tra i musicisti aversani (di origini)Leonard Joseph Tristano, detto Lennie pianista e compositore jazz, caposcuola dello stile “cool” e pioniere dello stile “free”, nasce a Chicago il 19 marzo del 1919, secondogenito di una umile famiglia di emigranti italiani originaria di Aversa.
Ancora in fasce viene colpito dall’influenza “spagnola” che sarà poi causa di una crescita lentissima e di una progressiva perdita della vista che, all’età di nove anni, si trasformerà in completa cecità. Per tal motivo, nel 1929, il piccolo Lennie è costretto a lasciare la scuola pubblica di Chicago e ad iscriversi ad un istituto per ciechi che si trova in una altra cittadina dell’Illinois. Qui rimane per diversi anni e, nonostante la lontananza dalla famiglia e la dura disciplina del collegio, riesce a farsi notare per le sue notevoli inclinazioni per la matematica e, soprattutto, per la musica (in realtà, fin dalla più tenera età, suonava il piano “ad orecchio”).

Domenico Cirillo, Mario Pagano e Domenico Perla sono nati in terra aversana. Il Cirillo ed il Perla furono medici celebri, il Pagano fu giureconsulto e filosofo di alto valore. Tutti e tre furono decapitati in Napoli nell’anno 1799 dalla feroce e sanguinaria reazione borbonica.

Gaetano Parente, nato ad Aversa il 17 gennaio 1807, da antica e patrizia famiglia, fu un letterato chiarissimo di una modestia proverbiale. Latinista distinto, passò gran parte della sua vita alla ricerca dei documenti, dai quali poter ricostruire la storia di questa città, che doveva rappresentare lo sfondo di un quadro sul quale si svolgeva la storia del reame. Molti volumi egli pubblicò, in proposito, ma importantissimi i due volumi sulla storia ecclesiastica della città di Aversa.

Domenico Cimarosa

Domenico Cimarosa nasce ad Aversa il 18 dicembre 1749 da Gennaro ed Anna Di Francesco. Il suo atto di nascita è ancor oggi gelosamente custodito presso la Chiesa di Sant’Audeno ove fu battezzato. Di umili origini, il piccolo Domenico trascorse la sua prima infanzia nella città normanna, al Vico II Trinità, oggi Via D. Cimarosa, in un vano terraneo di pertinenza ad un nobile palazzo ove la madre svolgeva le mansioni di lavandaia e portinaia. In quegli anni ad Aversa, per la forte presenza del clero, si svilupparono scuole di musica e canto, e forse proprio frequentando le funzioni religiose che il fanciullo ebbe il primo contatto con l’arte musicale. Purtroppo le condizioni economiche disagiate costrinsero la famiglia Cimarosa a trasferirsi a Napoli, dove nel 1756 il padre Gennaro aveva trovato lavoro come operaio presso i cantieri della costruenda Reggia di Capodimonte. Così lasciarono la natìa terra di Aversa e presero in fitto una modesta abitazione nei pressi della chiesa e del convento di San Severo al Pendino, presso il quale la madre continuò a svolgere l’attività di lavandaia per i padri domenicani. Più tardi il padre morirà cadendo proprio da una delle impalcature allestite per i lavori alla Reggia, lasciando così madre e figlio nella miseria più profonda.

Gli studi musicali

Fu proprio a Napoli che il piccolo Domenico conobbe Padre Polcano (o Porzio, secondo altre fonti), organista della chiesa. Il prete prese a benvolere il fanciullo e considerate anche le precarie condizioni in cui versava, gli fece ottenere, nel 1761, un posto nel Conservatorio di Santa Maria del Loreto, avendone intuito l’enorme talento musicale. Cimarosa ebbe così una compiuta educazione musicale e fu allievo di celebri musicisti quali Gennaro Manna, tra i più illustri insegnanti napoletani dell’epoca, nonché discepolo prediletto di grandi maestri come Francesco Durante, Antonio Sacchini, noto operista, e Niccolò Piccinni, compositore di fama europea che, con La Cecchina o la buona figliola del 1760, aveva impresso una svolta decisiva all’opera buffa. Ma furono soprattutto Pietrantonio Gallo e Fedele Fenaroli ad occuparsi dell’istruzione musicale di Cimarosa.

Il debutto a Napoli e le prime esperienze italiane

Nella città partenopea il compositore aversano presenta la sua prima opera, Le stravaganze del conte su libretto di Pasquale Mililotti. Il debutto avviene durante il carnevale del 1772 presso il Teatro dei Fiorentini, tempio indiscusso dell’opera buffa napoletana. L’esordio, in verità, non fu tra i più felici, come si evince da un commento del marchese di Villarossa : “La musica, per essere di un principiante, fu compatita, tanto più che la poesia era ben cattiva…”. Infatti fino al 1776, Cimarosa scrisse soltanto un’altra opera, La finta parigina, su libretto di Francesco Cerlone, che andò in scena in un altro luogo storico della musica napoletana, il Teatro Nuovo. Nel 1777, con l’intermezzo in musica I tre amanti, ci fu l’esordio romano di Cimarosa, a cui seguirono Il ritorno di Don Calandrino, Il matrimonio per raggiro e L’italiana in Londra, opera, quest’ultima, che ebbe un grande successo facilitando i contatti del musicista con i teatri di tutta Italia. Seguirono vari pellegrinaggi artistici in quel di Torino, Firenze, Venezia e Milano. A Firenze, in particolare, Cimarosa conobbe il granduca Leopoldo II di Toscana, futuro imperatore d’Austria e musicista dilettante, con il quale, pare, si sia divertito a “duettare” durante un ricevimento.

Il periodo russo

Nel 1787 Cimarosa parte per la Russia e giunge a San Pietroburgo, alla corte della zarina Caterina II. La permanenza del musicista aversano in quelle fredde terre durò poco meno di quattro anni e dal punto di vista artistico non rappresentò certo uno dei periodi migliori. Soltanto una delle tre opere scritte in Russia, Cleopatra, riscosse notevoli consensi tanto da restare in cartellone sino al 1804, ovvero sino a tre anni dopo la morte di Cimarosa. A San Pietroburgo, tuttavia, il musicista aversano divenne padre. La sua seconda moglie Gaetana Pallante (sorellastra sedicenne della prima, Costanza Suffi, morta di parto) diede infatti alla luce il primogenito Paolo, così battezzato in onore del padrino, granduca Paolo Petrovic, figlio della zarina Caterina II.

Il periodo austriaco e la maturità artistica

Nel 1791 Cimarosa lascia la Russia e dopo una lunga sosta in Polonia, a Varsavia, viene invitato a Vienna dal nuovo imperatore d’Austria, ovvero il suo vecchio amico Leopoldo II di Toscana. Nella capitale asburgica il musicista aversano viene ingaggiato come Maestro della Imperial Camera con un contratto di ben 12.000 fiorini l’anno, cifra elevatissima per quei tempi se si pensa che l’austriaco Mozart, nel 1787, per lo stesso ruolo ne aveva percepiti appena 800. A Vienna Cimarosa conobbe il poeta Giovanni Bertati e da questo felice incontro nacque il capolavoro dell’opera buffa settecentesca, Il matrimonio segreto, al quale spetta un primato davvero unico nella storia della musica: la sera della prima, per volere dell’imperatore d’Austria, l’opera fu bissata per intera .L’entusiasmo che il capolavoro cimarosiano destò per tutto il successivo secolo XIX (e che tuttora desta essendo rappresentato nei principali teatri del mondo) portò il grande scrittore Stendhal ad affermare in proposito : “Queste melodie sono le più belle che sia stato dato di concepire all’animo umano…”. Seguirono altri lavori come Amor rende sagace e Le astuzie femminili. Nel 1796, poi, Cimarosa presentò, presso il teatro La Fenice di Venezia (città allora sotto il dominio austriaco), quella che è considerata la sua migliore composizione nel genere serio, Gli Orazi e Curiazi.

Il ritorno in Italia

Tornato in patria, Cimarosa raggiunge la sua amata Napoli. Era il 1799 e la città era infiammata dai moti rivoluzionari che portarono alla costituzione della Repubblica partenopea. Il musicista (amico personale di Domenico Cirillo, Ettore Carafa, Mar

io Pagano e Luisa Sanfelice, tra i massimi esponenti dell’insurrezione), ne fu talmente affascinato da comporre la musica dell’Inno patriottico su testi di Luigi Rossi. Sconfitti i rivoluzionari e restaurata la monarchia dei Borboni, Cimarosa divenne ben presto oggetto delle ire dei regnanti ed in particolare del tremendo cardinale Ruffo. A nulla valse il tentativo di ingraziarsi le nuove autorità attraverso la composizione della Cantata pel ritorno di Sua Maestà Ferdinando IV. Venne quindi arrestato ma rimase poco tempo in carcere. I regnanti russi unitamente al futuro cardinale Ettore Consalvi fecero opera di intercessione in suo favore e così la pena detentiva fu tramutata in esilio a vita. Cimarosa sarà mandato a Venezia dove, in circostanze ancora poco chiare, si spegnerà appena un anno dopo, l’11 gennaio 1801. Ivi fu seppellito presso la chiesa di San Michele Arcangelo, ma i suoi resti andarono dispersi a seguito del crollo del sacro edificio avvenuto nel 1837 (curiosamente, la stessa sorte, in Austria, toccò alle spoglie di Mozart). Il funerale tenutosi a Venezia fu ripetuto a Roma il 25 gennaio per volontà del suo amico cardinale Consalvi presso la Chiesa di San Carlo dei Catinari. Tutti i musicisti che si trovavano quel giorno nella “città eterna” intervennero e si prodigarono gratuitamente per la esecuzione della Messa di Requiem scritta dallo stesso Cimarosa. Il suo busto in marmo, voluto sempre dal Consalvi ed eseguito dal grande Antonio Canova, fu posto nel 1816 nella chiesa romana di Santa Maria ad Martires. Più tardi anche la Francia onorerà il grande musicista aversano immortalandone l’effigie (insieme a quella dell’altro suo collega e concittadino Niccolò Jommelli) sulle pareti del glorioso Opera di Parigi. Domenico Cimarosa, oltre ai capolavori teatrali, lasciò molta musica da camera e d’ispirazione sacra, oratori, offertori, concerti per strumenti solisti ed orchestra nonché ben ottantotto sonate per tastiera, tuttavia è certo che la ricerca filologico-musicale sulla sua produzione artistica è ben lungi dall’essere completa e definita. A chi gli chiedeva quale fosse il segreto della sua musica, l’artista aversano soleva rispondere in lingua madre, indicando con una mano il cuore: “E’ ‘nnicessario chistu’ ‘ccà!”. Oltre a Stendhal, anche Napoleone Bonaparte fu grande estimatore di Cimarosa. Si narra infatti che il condottiero francese chiese un giorno al suo amico Gretry quale fosse la differenza tra Cimarosa e Mozart (al quale veniva spesso paragonato). “Sire – rispose Gretry – Cimarosa mette la statua sul teatro ed il piedistallo nell’orchestra, laddove Mozart mette la statua nell’orchestra ed il piedistallo in teatro”.

 

 

Composizioni di Domenico Cimarosa esistenti nell’Archivio del Real Collegio di Napoli


 

Le stravaganze del conte

Opera semiseria in due atti, con farsa “Le Magie di Merlino e Zoroastro” che forma il terzo atto di detta opera

Teatro Fiorentini, 1772.


La finta parigina

Opera semiseria in tre atti, Teatro Nuovo, 1773.


La finta frascatana

Napoli, 1776.


Gli sdegni per amore, farsa, Teatro Nuovo, 1776.

L’Armida immaginaria

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Fiorentini, 1777.


Il fanatico per gli antichi romani

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Fiorentini, 1977.


Il ritorno di Don Calandrino

 

Opera semiseria in due atti, Roma, 1778.


Le stravaganze d’amore

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Fiorentini, 1778.


L’italiana in Londra

 

Opera semiseria in due atti, Roma, 1770. Riprodotta al Teatro Nuovo, 1794.


L’infedeltà fedele

 

Teatro del Fondo, 1779.


Le donne rivali

 

Opera semiseria in due atti, Roma, 1780.


I finti nobili

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Fiorentini, 1780.


Il falegname

 

Opera semiseria in tre atti, 1780. Riprodotta al Teatro S. Carlino nel 1791 in due atti, ed al Teatro Fiorentini nel 1803 sempre in due atti.


Gli sposi per accidente

 

Farsa, Teatro Fiorentini, 1780. Costituisce il terzo atto dell’opera “I Finti nobili”.


Caio Mario

 

Roma, 1780.


Alessandro nelle Indie

 

Opera seria in due atti, Roma, 1781.


Il convito

 

Opera semiseria in due atti, Venezia, 1781.


Il pittore parigino

 

Opera semiseria in due atti, Roma, Teatro Valle, 1781.


La biondolina

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Fiorentini, 1781.


L’amore costante

 

Opera seria in due atti, Roma 1782.


Absalon

 

Oratorio, parte prima e seconda, Venezia, 1782.


La ballerina amante

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Fiorentini, 1782. Riprodotta al Teatro Nuovo, 1791.


Cantata pel Cardinale de Bernis

 

Roma, 1782.


L’eroe cinese

 

Opera seria in tre atti, Teatro S. Carlo, 1782.


I due baroni

 

Opera semiseria in due atti, Roma, 1783.


Oreste

 

Opera seria in due atti, Teatro S. Carlo, 1783.


La villana riconosciuta

 

Opera semiseria in tre atti, Fondo, 1783.


Chi dell’altrui si veste presto si spoglia, ossia “Nina e Martufo”

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Fioren­tini, 1783.


Artaserse

 

Opera seria in tre atti, Torino, 1784.


L’apparenza inganna, ossia “La villeggiatura”

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Fiorentini, 1784.


La bella greca

 

Opera semiseria in due atti, Roma, 1784.


Il mercato di Malmantile

 

Opera semiseria in due atti, in due atti, Firenze, 1784.


Olimpiade

 

Opera seria in due atti, Vicenza, 10 luglio 1784.


I due supposti conti o “Lo sposo senza moglie”

 

Opera semiseria in due atti, Milano, 1784. Riprodotta al Teatro del Fondo, 1789.


La donna sempre al suo peggior s’appiglia

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro Nuovo, 1785.


Il marito disperato o “Il marito geloso”

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Fiorentini, 1785.


Vladimiro

 

Opera seria in tre atti, Torino, 1785.


Giannina e Bernardone

 

Vienna, 1785 e Napoli, 1785.


Le trame deluse

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Nuovo, 1786.


L’impresario in angustie

 

Farsa, Teatro Fiorentini, 1786. Riprodotta al Teatro Nuovo 1791.


Il credulo

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Nuovo, 1786.


Il fanatico burlato

 

Opera semiseria in tre atti, Teatro del Fondo, 1787. Riprodotta al Teatro Nuovo, 1808.


Atene edificata

 

Cantata pel giorno di S. Pietro, Pietroburgo, 1788.


La felicità inaspettata

 

Cantata, Pietroburgo, 1788. Rappresentata la prima volta il 24 febbraio al Teatro dell’ Hermitage.


La vergine del sole

 

Pietroburgo.


Cleopatra

 

Pietroburgo.


Il matrimonio segreto

 

Vienna, 1792, e Napoli 1793.


I Traci amanti

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Nuovo, 1793.


Le astuzie femminili

 

Opera semiseria in due atti, Teatro Fiorentini, 1794.


Il trionfo della fede

 

Cantata per la traslazione del sangue di S. Gennaro, 1794.


L’amante disperato

 

Opera buffa in due atti, Teatro del Fondo, 1795.


L’impegno superato

 

Opera semiseria in due atti, Teatro del Fondo, 1795.


Penelope

 

Opera seria in due atti, Teatro del Fondo, 1795.


I nemici generosi

 

Opera semiseria in due atti, Roma, 1796. Riprodotta in un atto al Teatro Nuovo, 1797


Gli Orazi e Curiazi

 

Venezia, 1797, e Napoli, 1807.


Achille all’assedio di Troia

 

1797.


Artemisia regina di Caria

 

Opera seria in due atti, S. Carlo, 1797


Inno patriottico della Repubblica Napoletana

 

1799.


Cantata pel ritorno di Sua Maestà Ferdinando IV

 

1799.


L’apprensivo raggirato

 

1799.


L’imprudente fortunato

 

1799.


La giardiniera fortunata

 

Opera buffa in due atti. Riprodotta al Teatro Nuovo nel 1805.


Circe

 

Opera seria in due atti.


Giunio Bruto

 

Opera seria in due atti, Verona.


La sorpresa

 

Cantata personale, Pietroburgo .


I tre amanti

 

Opera semiseria in due atti.


Artemisia

 

Ultima opera, Teatro La Fenice di Venezia, eseguita sette giorni dopo la morte di Cimarosa. Riprodotta a Napoli, 1807.


Il sacrifizio di Abramo

 

Venezia.


Giuditta

 

Oratorio, Venezia.


Missa pro defunctis

 

A 4 voci in sol modo minore, con più strumenti, Pietroburgo,1787.


Concerto per più strumenti

 

1793.


Coro di guerrieri

 

Per 4 voci, 1790.


Barcarola

 

A 2 voci con violini, viola e basso.


Otto arie diverse, duettini, quartetti, ecc.

Messa per quattro voci in fa modo maggiore con più strumenti

 

1768.


Messa per quattro voci in do modo maggiore.

Litanie per quattro voci in re modo minore con violini e basso

 

1775.


Credo per quattro voci in re modo maggiore con violini e basso.

Sacra Dies

 

Mottetto per quattro voci in mi bemolle modo maggiore con più strumenti, 1770.


Coeli voces

 

Mottetto per quattro voci in re modo maggiore, id. 1767.


Libera me Domine

 

Assoluzione nella messa dei defunti, modulata a quattro voci con istrumenti.


Raccolta di arie, cavatine, rondò, duetti, terzetti e quartetti con violini, viola e basso, e con orche­stra.

 

Volumi quattro.


Sinfonie, in numero di sette.

Solfeggio per soprano con accompagnamento di pianoforte.

Niccolò Jommelli

Niccolò Jommelli nacque ad Aversa il 10 settembre 1714 da Francesco Antonio e da Margherita Cristiano. Il padre, ricco commerciante dedito alla produzione ed alla vendita di botti da vino, tenne molto a dare al giovane Niccolò una degna educazione che ne nobilitasse l’animo. Fu così che gli fece dapprima appren­dere le lettere, poi, i primi elementi della musica da un canonico capocoro della cattedrale aversana, di nome Mozzillo o, secondo altre fonti, Muzzillo. Notata ben presto la vocazione musicale del giovane allievo, il canonico consigliò al padre di iscriverlo al Conservatorio. Nel 1730, infatti, Niccolò fu ammesso al Conservatorio di Sant’Onofrio in Napoli dove ricevette le prime lezioni dal grande Francesco Durante. Appena qualche anno dopo entrò nel prestigioso Conservatorio della Pietà dei Turchini, ove insegna­vano Prota, Fago, Mancini e Feo. Con quest’ultimo completò lo studio del contrap­punto e della composizione. Leonardo Leo dopo qualche tempo gli diede anche utili consigli sullo stile drammatico e re­ligioso, tanto che lo stesso Jommelli asserì in seguito che dal grande Leo aveva imparato il “sublime della mu­sica”. All’età di ventitrè anni il musicista aversano scrisse la sua prima opera, L’errore amoroso, per il teatro Nuovo di Napoli, sotto la protezione del marchese Vasto d’Avalos, ma poiché aveva poca fiducia nel successo di questa sua prima scrittura, la fece rappresentare sotto il nome di un maestro poco noto che si chiamava Valentini. L’inatteso successo di quest’opera lo spinse poi a rendere pubblico il suo vero nome e a dedicarsi con ardore alla composizione drammatica. Nel 1738 scrisse per il teatro dei Fiorentini l’Odoardo che ebbe buon esito e da qui la sua fama iniziò a divulgarsi anche fuori il regno di Napoli.

I primi successi nazionali

Chiamato a Roma nel 1740, dove godeva della protezione del cardinale Duca di York, compose il Ricimero per il teatro Argentina che raccolse un felice successo e nell’anno seguente, per lo stesso teatro, l’Astianatte. Nel 1741 fu chiamato, invece, a Bologna per scrivere l’Ezio. Appena giunto nel capoluogo felsineo, Jommelli si presentò al dotto Padre Martini, pregandolo di accoglierlo nella sua prestigiosa scuola di musica. Il Martini allora gli propose un soggetto di fuga che il musicista aversano trattò con tale maestrìa da provocare la brusca reazione del sacerdote: “Chi siete voi che venite a beffarvi di me? Non ho nulla da insegnarvi, voi ne sapete quanto ne so io!”. Ed il giovane Jommelli gli rispose con modestia: “Sono io che desidero e vengo ad imparare da voi. Sono il maestro che deve scrivere l’opera in questo teatro e perciò imploro l’alta vostra protezione”. “E’ un grande onore per questo teatro – riprese il Martini – avere un compositore valente e filosofo quale voi siete; ma gran disgrazia la vostra di perdervi nel teatro e di trovarvi in mezzo ad una turba d’ignoranti corruttori della musica”. Venne poi chiamato in Venezia a scrivere la Merope. Il grande successo di questa opera destò tanta ammirazione in Jommelli che il governo della Serenissima, pur di tenerlo legato a sé, lo nominò Maestro direttore del Conservatorio delle donzelle povere, detto l’Ospedaletto. Presso questa istituzione scrisse i primi pezzi di musica sacra e, tra gli altri, una Messa a quattro voci, due di soprano e due di contralti; un Laudate Pueri ad otto voci e due cori. Nel 1745 morì il celebre Leonardo Leo e si rese, quindi, vacante il posto di maestro della Real Cappella di Napoli. Indetto il concorso per trovare un sostituto, il marchese Mortallegri, allora primo segretario di Stato, inviò i documenti anonimi dei concorrenti al conte Finocchietti, ministro della Corte di Napoli in Venezia, perché fossero sottoposti alla valutazione di Jommelli. Trovandosi fuori Napoli e godendo già di una certa autorevolezza in campo musicale, Jommelli non poteva non essere imparziale. Infatti la sua preferenza andò al concorrente che risultò poi essere Francesco Durante, suo primo insegnante. Dopo aver rappresentato nel 1746, a Roma, la Didone, scrisse per il teatro San Carlo di Napoli, l’Eumene a cui fecero seguito l’Amore in maschera, Artaserse e l’oratorio La Passione, su richiesta del Cardi­nale di York, suo protettore.

Il soggiorno a Vienna e gli impegni in Vaticano

Chiamato in Vienna nel 1749, scrisse l’Achille in Sciro e la Didone; incredibile fu il piacere provato da Jommelli nell’avvicinarsi al grande Pietro Metastasio per averne consigli. Con lui passò il tempo che dimorò in Vienna e si narra che Jommelli stesso dicesse di aver molto più appreso dalla conversazione con quel valente poeta che dalle lezioni di Durante, di Feo, di Leo e dello stesso Padre Martini. Nel tempo del suo soggiorno in Vienna, Jommelli ebbe più volte l’onore di accompagnare al clavicembalo l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, la quale per fargli onore, fece sostituire alla sgabello senza appoggio una sedia con spalliera colmandolo infine di ricchi doni tra cui un magnifico anello col suo ritratto contornato di brillanti. La stessa famiglia Mozart tenne Jommelli in gran conto, tanto che sia il giovane Amadeus, che lo incontrò personalmente, sia suo padre, seguirono con costante attenzione tutte le sue opere e scritture (un inedita partitura del maestro aversano è stata ritrovata recentemente a Salisburgo presso la casa di un allievo di Mozart padre). Jommelli trovò infine nel cardinale Alessandro Albani, un altro ammiratore del suo ingegno e potente protettore che gli fece ottenere da Papa Benedetto XIV il posto di Mae­stro di Cappella in San Pietro in Vaticano, come coadiutore del vecchio Bencini ri­dotto in pessimo stato di salute. Durante il periodo romano, oltre a molta musica sacra, Jommelli scrisse le opere Talestri per il teatro Ar­gentina, l’Attilio Regolo per il teatro Aliberti, la Semiramide per Madrid, laBajazette per Torino, il Vologeso per Milano e il Demetrio per Parma.

Il periodo tedesco

Alla fine del 1754 Jommelli fu conteso dalle corti di Lisbona, di Mannheim e di Stoccarda. Vinse la terza ed egli si recò a Stoccarda ad occupare il posto di Maestro di Cappella (Kappelmeister) e compositore della Corte offertogli dal duca di Wurtemberg, grande cultore di musica. Qui ricevette l’onorario di quattromila fiorini l’anno, oltre all’esser indennizzato della legna, del lume e del mantenimento di un caval­lo. Acquistò, dunque, una casa a Stoccarda ed un’altra a Luisburgo vivendo in Germania per quindici anni, senza altra interruzione che un soggiorno di pochi mesi in Italia nel 1757. Compose per il duca di Wurtemberg diciassette opere serie e tre buffe, tutti lavori pregevolissimi, ed una gran quantità di musiche sacre, tra le quali una Messa per i funerali della madre dello stesso duca. Sotto l’influenza della musica tedesca (in particolare della cosiddetta “Scuola di Mannheim”) che ascoltava assiduamente, Jommelli diede ai suoi componimenti transizioni più frequenti che rinforzarono la base strumentale. Questa trasformazione, della quale si trovano le prove in quasi trenta opere, fra teatrali e chiesastiche, accrebbe l’ammirazione del duca nei suoi confronti e gli procurò successi in tutta la Germania, che poi, gli furono nocivi in Napoli, non impe­dendo comunque che gli fosse dato l’appellativo di “Gluck italiano”.

Il ritorno ad Aversa

Il lungo soggiorno in Germania aveva fatto dimenticare Jommelli ai napoletani. Ritornò tra loro nel 1769, con maggior sapienza musicale ma a cinquantacinque anni di età e con minor facilità di scrittura originale. Allora capì subito che forse era meglio ritirarsi anziché cercare di rinverdire una reputazione già raffreddata per la lunga assenza. Quindi, si stabilì in Aversa, sua città natale, con tutta la sua famiglia, e là, presso un palazzo di via Lemitone (oggi via Costantinopoli), visse con un certo lus­so, avendovi trasportato le ricche suppellettili che aveva in Germania. Qualche volta passava la primavera in una deliziosa casina nei dintorni di Napoli, all’ Infrascata, e l’autunno a Pietrabianca (Pietrarsa), piacevole borgo nelle vicinanze di Portici. Qui ricevette l’invito del Re del Portogallo di scrivere due opere ed una cantata ogni anno. L’invito fu accompagnato dalla promessa di una pensione pari a mille scudi annui, trecento zecchini per ogni opera e cento per una cantata, oltre la carta e le spese di posta. Ma Jommelli, scusandosi, rifiutò l’allettante proposta adducendo motivi legati alla sua età avanzata. Tuttavia il Re gli accordò ugualmente la pensione, imponendogli però il solo obbligo di rimettergli copia di tutti i suoi spartiti. Scrisse in quel tempo, l’Armida abbandonata per il teatro San Carlo di Napoli (la sera della “prima”, seduto in uno dei palchi, vi era anche il grande Mozart), il Demofoonte, l’Achille in Sciro e ancora per Napoli, l’Ifigenia. Quest’ultima opera, in verità, si rivelò un fiasco sia perchè Jommelli la scrisse con uno stile ancora più ricercato e sia perché i cantanti non ebbero il tempo di provarla, dato che l’opera fu terminata nello stesso giorno in cui andò in scena. Dopo poche sere, il teatro sostituì l’opera in cartellone. Il maestro aversano, allora, con raro di­sinteresse, restituì all’impresario del San Carlo la somma di seicento scudi ricevuti per l’Ifigenia, dicendo che essendo stato tolto dalla scena per colpa sua, doveva aver riguardo all’interesse di chi aveva subito una altra spesa per mettere in scena una nuova opera, che fu l’Armida abbandonata; atto davvero magnanimo e generoso che certo non avverrebbe facilmente nei tempi odierni. L’insuccesso delle ultime sue opere, dopo una bella e luminosa carriera artistica, fecero cadere Jommelli in una profonda tristezza, malgrado la tempra del suo carattere. Questo stato d’animo probabilmente concorse a quel colpo di apoplessia che gli inutilizzò tutta la parte destra del corpo. Dopo penosa e lunga cura, riacquistò l’uso della mano destra e poté scrivere con l’aiuto di un suo amico, una Messa e la Clelia per il Re del Portogallo, che generosamen­te, all’annunzio della sua sventura, gli aveva duplicato la pensione. Non perfettamente rimesso, fu invitato a scrivere la cantata Cerere placata, in occasione della magnifica festa data dal Duca d’Arcos venuto espressamente dalla Spagna per tenere a battesimo, in nome del suo Sovrano, la figlia pri­mogenita di Ferdinando IV di Borbone. L’ultima composizione di Jommelli fu il famoso Miserere a due voci con violini, viola e basso, su traduzione italiana del Mattei, che si rivelò capolavoro di espressione malinconica divenuto poi immortale quasi come lo Stabat del Pergolesi. Il Miserere fu eseguito la prima volta, in casa del Mattei, da due grandi cantanti dell’epoca, cioè dal celebre castrato Giuseppe Aprile (rivale napoletano dell’altrettanto famoso Farinelli) e dalla soprano De Amicis, il mercoledì Santo del 1774, e vi concorse tanta di quella gente che si rese necessario replica­re un’altra sera per la marchesa Tanucci. Era già trascorso un anno e nelle apparenze, il maestro aversano sembrava ristabilito dalla sua malattia, ma dopo un secondo attacco di apoplessia si preparò al gran viaggio e, da buon cri­stiano quale era, nella notte del 25 agosto del 1774 morì. Un suo fratello monaco agostiniano ebbe cura di farlo seppellire a Napoli nella chiesa di Sant’Agostino alla Zecca presso la cappella dedicata a San Tommaso da Villanova. Il giorno 11 novembre dello stesso anno si svolsero i sontuosi funerali accompagnati da due orchestre a tre ordini. Il celebre Manna, maestro di cappella del Duomo arcivescovile e primo insegnante di Cimarosa, fu colui che pensò a dare il pubblico attestato di stima al grande maestro Niccolò Jommelli.

 

Composizioni di Niccolò Jommelli esistenti nell’Archivio del Real Collegio di Napoli


1. Recimero, opera seria in tre atti, Roma, teatro Argentina, 1740

2. Ezio, opera seria in tre atti, Bologna, 1741.

3. Betulia liberata, componimento sacro 1 I e 2′, 1748.

4. Semiramide, opera seria in tre atti, Torino, 1743.

5. Didone, opera seria in tre atti, Roma, teatro Argentina, 1746.

6. Eumene, opera seria in tre atti, scritta di nuovo per S.Cario, 1748.

7. Ezio, opera seria in tre atti, scritta di nuovo per S. Carlo, 1748.

8. Artaserse, opera seria in tre atti, Roma, teatro Argentina, 1749.

9. Cantata a tre voci in fa modo maggiore con più strumenti in onore del Beato Giuseppe Calasanzio, Roma, 1749.

10. Ifigenia, opera seria in tre atti, Roma, teatro Argentina, 1751.

11. Ipermnestra, opera seria in tre atti, Spoleto, 1751.

12. Attilio Regolo, opera seria in tre atti, Roma, 1751.

13. Talestri, opera seria in tre atti, Roma, 1 752.

14. Bajazette, opera seria in tre atti, Torino, 1753.

15. Pelope, opera seria in tre atti, Vittemberga, 1755.

16. Temistocle, opera seria in tre atti, S. Carlo, 1757.

17. Creso, opera seria in tre atti, Roma, teatro Argentina, 1757.

18. Il Trionfo di Clelia, opera seriain tre atti, S. Carlo, 1757.

19. La Schiava liberata, opera semiseria, Vittemberga, 1764.

20. La Natività della Vergine, cantata a più voci con orchestra, parte 11 e 21, 1765.

21. Altra idem a più voci con orchestra, parte 1 I e 21.

22 .Altra idem a più voci con orchestra, parte 1 I e 21.

23. Quattro cantate a voce sola con violini, violae basso.

24. La Critica, cantata Vittemberga, 1 766.

25. Demetrio, opera seria in tre atti, Parma.

26. Armida abbandonata, opera seria in tre atti, S. Carlo, 1770.

27. Demofoonte, opera seria in tre atti, S. Carlo, 1770.

28. Achille in Sciro, opera seria in tre atti, Vienna, 1749.

29. Ezio, opera seria in tre atti, scritta pel teatro dell’Ajudia pel giorno natalizio d Giuseppe I Re di Portogallo, 1771.

30. L’Olimpiade, opera seria in due atti, Vittemberga, 1771.

31. La Passione di Gesù Cristo, oratorio a quattro voci con più strumenti, Roma, 1749.

32. Cerere placata, festa teatrale, parte l’e 21, 1772.

33. Cajo Mario, opera seria in tre atti.

34. Enea nel Lazio, opera seria in tre atti.

35. Isacco, oratorio, parte l’e 2′.

36. Semiramide in bernesco.

37. Don Trastullo, intermezzo a tre voci.

38. Serenata a quattro voci con più strumenti.

39. Messa a quattro voci in fa modo maggiore con violini, viola e basso scritta pel Conservatorio di Venezia, 1745.

40. Messa de’ defunti in mi bemolle modo maggiore, con violini, viola e basso, preceduta da notizie storiche sulla vita di Jommelli, scritta avittemberga, 1756.

41. Messa a quattro voci in re modo maggiore, scritta per l’apertura della Rea] Cappella di Stoccarda, 1766.

42. Messa a quattro voci in re modo maggiore e sinfonia, cotta per Sua Maestà Fedelissima, 1772.

43. Kyrie e gloria in re modo maggiore a quattro voci e più strumenti.

44. Dirit a otto voci in fa modo maggiore con violini, viola e basso, fatto per S. Pietro in Roma, 1751.

45. Altro a quattro voci in sol maggiore, idem, Roma, 1751.

46. Miserere a quattro voci in re modo minore, alla Palestrina, Roma, 1751.

47. Altro idem in sol modo minore coi basso numerato, scritto per la Cappella di Stoccarda.

48. Altro idem in sol modo minore alla Palestrina

49. Altro a otto voci in la modo minore alla Palestrina.

50. Altro a due voci in sol modo minore con violini, viola e basso, sulla traduzione italiana dei Mattei.

51. Te Deum a quattro voci in sol modo minore con violini, viola oboe, corni e tromba, 1746.

52. Laudate Pueri Dominum a due cori in si bemolle modo maggiore con violini e basso, scritto pel Conservatorio di Venezia, 1746.

53. Altro per quattro soprani di concerto a due cori in do modo maggiore, scritto per S. Pietro in Roma.

54. Beatus vir a quattro vociin si bemolle modo maggiore con solo basso, Roma, 1750.

55. Altro a quattro voci concertanti in si bemolle modo maggiore, coi solo basso, scritto per S. Pietro in Roma, 1750.

56. Altro a cinque voci in la modo maggiore con violini, viola’e basso, idem, 1751.

57. Aurea luce, inno a otto voci in re modo maggiore coi solo basso, scritto per la festa di S. Pietro, Roma, 1750.

58. Urbs Jerusalem beata, inno a quattro voci in sol modo maggiore coi solo basso, Roma, 1750.

59. Domus mea domus orationis est, antifona a due cori in la modo maggiore col solo basso, Roma, 1750.

60. Haec est Domus Domini, a quattro voci in do modo maggiore coi solo basso, Roma, 1750.

61. In convertendo, salmo a dieci voci in sol modo maggiore coi solo basso, Roma, 1751.

62. Diffusa est gratia, graduale a quattro voci concertanti in sol modo maggiore coi solo basso, 1751.

63. Oculi omnium, graduale a quattro voci in sol modo maggiore coi solo basso, Roma, 1751.

64. Justus ut palma fiorebit, graduale per soprano in la modo maggiore con violini, viola e basso, 1751.

65. Credidi propter quod a quattro voci in la modo maggiore coi solo basso, Roma, 1751.

66. Veni creator Spiritus a voce sola di soprano con cori in re modo maggiore con violini, viola e basso,1751.

67. Confitebor tibi Domine a quattro voci in sol modo maggiore con violini e basso, 1751.

68. Veni sponsa Christi a voce sola di soprano in la modo maggiore con violini, viola e basso, 1751.

69. Altro idem in do modo maggiore con violini, viola e basso, 1752.

70. Confirma hoc Deus, offertorio a cinque voci in fa modo maggiore coi solo basso, Roma, 1752.

71. Alleluja, graduale a quattro voci in re modo maggiore coi solo basso, Roma 1752.

72. Responsorio per soprano e contralto con cori in re modo maggiore con violini e basso, 1752.

73. Victimae Paschali a sei voci in fa modo maggiore coi solo basso, Roma, 1752.

74. Benedicta et venerabilis, graduale per soprano in la modo maggiore con violini, viola e basso, Roma, 1752.

75. Locus iste, graduale a cinque voci in do modo maggiore coi solo basso, Roma, 1752.

76. Arma frenate, mottetto a voce sola di basso in re modo maggiore con violini e basso.

77. Veni sancte Spiritus a tre e quattro voci in re modo maggiore coi bassonumerato.

78. Disceme causam meam, graduaie per voce di soprano in re modo maggiore con violini e basso.

79. Haec requies mea a voce sola di soprano in sol modo maggiore con violini.

80. Mottetto per la festa di S. Antonio di Padova a canto solo con coro in re modo maggiore con violini,’viola e corni obbligati.

81. Credoin remodo maggiore a quattro voci e più strumenti.

82. Altro idem a cinque voci.

83. Responsorii pel mercoledì, giovedì e venerdì santo a quattro voci con organo, seguito da un Christus e da Miserere a quattro voci in re modo minore coi solo basso.

84. Miserere, traduzione dei Mattei, per due soprani insol modo minore con violini, viola e basso.

85. Sinfonie dell’Armida, Trionfo di Cielia, Demofoonte, Cerere placata, Achille in Sciro, ifigenia e Temistocie, altra da premettersi al Miserere, ed altra per salterio con violini e basso.

86. Ade num. 156 per diverse voci, alcune con violini e basso, altre con più strumenti, ed altre coi solo basso.

87. Duetti num. 20 per soprano e contralto, come sopra.

88. Cavatine num. 2 per voce di soprano con più strumenti.

89. Terzetto del Demofoonte “Padre, perdona oh Dio!” per due soprani e contralto.

90. No, non turbati, o Nice, cantata per soprano con più strumenti.

91. Già la notte si avvicina, cantata per soprano con violini, viola e basso.

92. Non più fra sassi algosi, cantata per soprano idem,

93. No, non dicesti il vero, aria nella cantata La Critica.

94. Voi tanto barbare stelle, aria nelle Berenice.

95. Pensa a serbarmi, o cara, aria nell’Ezio.

96. Se mai turbo il tuo riposo, duetto nell’Alessanciro nelle Indie.

97. Del destino non vi lagnate, aria nell’Olimpade.

98. Solfeggio per soprano con accompagnamento di pianoforte.

 


Altre opere menzionate nelle diverse biografie


L’Errore Amoroso, opera, Napoli,1737.

Odoardo, idem, 1738.

Sofonisba, opera seria.

Ciro riconosciuto.

Astianatte, Roma, 1 740.

Merope, Venezia.

L’Amore in maschera, Napoli, 1748.

L’incanto, Roma, 1749.

Alessandro nell’indie, idem.

Vologeso, Milano.

S. Elena al Calvario, orario a quattro voci con coro ed orchestra.

Magnificat (detto dell’Eco) a quattro ed otto voci.

Graduale a quattro voci.

Laetatus sum a quattro voci.

Miserere a cinque voci.

Graduale a tre voci per la festa della Vergine.

Salve Regina per soprano e or­chestra.

Messa di requiem a 4 voci, 1769.

Ifigenia, Napoli, 1771.

Cielia, idem, 1772.


Gaetano Andreozzi

Gaetano Andreozzi, detto “Jommellino” perché per parte di madre era nipote del grande Niccolò, nacque ad Aversa il 22 maggio 1763. Giovanissimo fu ammesso al Conservatorio della Pietà dei Turchini ove iniziò gli studi di canto, armonia e contrappunto sotto la direzione di valenti maestri. Apprese poi la composizione dallo zio Niccolò Jommelli. Le sue prime composizioni giovanili furono delle cantate per una sola voce e dei duetti per due soprani col solo basso. A sedici anni uscì dal Conservatorio e si recò a Roma dove compose, per il teatro Argentina, la sua prima opera seria in due atti, La morte di Cesare, che ebbe molto successo. Qualche anno dopo, a Firenze, scrisse per il teatro Ducale, l’opera Bajazet e, per quello di Livorno nel medesimo anno, l’Olimpiade. Per il teatro San Benedetto di Venezia scrisse Agesilao e per il Regio di Torino, Teodolinda.Nel 1782 compose Catone ín Utica, il Trionfo di Arsace, La Vergine del Sole ed infine Angelica e Melidoro per il teatro di Venezia nel 1783. Il successo ottenuto da queste sue opere gli fece acquistare una certa fama. Nel 1784 fu invitato in Russia, presso il teatro di San Pietrobur­go, per comporre la Didone abbandonata e Giasone e Medea, che incontrarono il gusto di quel­la Corte e di quel pubblico freddo e piuttosto severo.

Ritornato in Italia nel 1786, fece pubblicare a Firenze le partiture di sei Quartetti per due violini, viola e basso. Nell’anno seguente scrisse per il teatro Argentina di Roma, La Vírginia, opera che fu un fiasco totale. Nonostante tale insuccesso venne invitato al teatro San Carlo di Na­poli per comporre l’opera Sofronía e Olindo e nell’autunno dello stesso anno, Sesostri. Nel 1790 scrisse per il teatro del Fondo, la Principessa filosofa e nel 1791 Il finto cieco. Scrisse poi, l’oratorio Saulle (considerata la sua composizione più riuscita) e l’opera in due atti Arsinoe per il San Carlo di Na­poli nel 1793. Fu poi invitato in Spagna, a Madrid, dove compose il Gustavo Re di Svezia che ebbe molto suc­cesso. Al suo ritorno a Napoli, fece rappresentare per il San Carlo l’oratorio La passione di Gesù Cristo e le opere Armida e Rinaldo e Priamo e Tisbe. Nel 1805 scrisse per il teatro La Fenice di Venezia l’ultima sua opera, Giovanna d’Arco, che meritò unanimi e generali consensi. Benché ancora giovane, a causa di vari problemi e vicende di natura personale, assunse la decisione di abbandonare il teatro e dedicarsi esclusivamente all’insegnamento del canto. Ricercato da tutta la nobiltà napoletana, venne anche invitato alla Corte borbonica per dar lezione alle reali principesse, dove mostrò particolare attenzione alla futura Duchessa di Berry che mostrava più attitudine e buon volere di apprendere. Gaetano Andreozzi sposò l’artista e cantante Anna Di Santi, rampolla di una distinta famiglia fiorentina, che esordì, come primadonna, nel teatro della Pergola nel 1791. Data la sua professione che la costringeva a spostarsi di città in città, Anna viveva quasi sempre da sola e, se non legalmente, era di fatto separata dal marito, il quale facendo l’insegnate di musica, non poteva seguirla. Nell’anno 1811, Anna di Santi prese impegno di cantare nel teatro di corte di Dresda, ove incontrò il pubblico favore. Ma la curiosità di voler conoscere il merito artistico della moglie del maestro Paer, che doveva succederle nel posto di prima donna al teatro di Dresda, la spinse a fare un piccolo viaggio di poche ore a Pilmitz. In compagnia di un suo favorito amante, lasciò Dresda il giorno 2 giugno e si recò a Pilmitz per giudicare la rivale. Terminata la rappresentazione, i due viaggiatori vollero, nella notte stessa, ritornare a Dresda; ma dopo un lungo tratto di via, nel buio tempestoso, uno dei cavalli s’impennò, rovesciando la carrozza che andò in pezzi e la signora Andreozzi ed il suo compagno rimasero morti all’istante. Perve­nuta, dopo qualche giorno, l’infausta notizia al marito, occupato a dar tranquillamente le sue lezioni di canto a Napoli, questi, di carattere scherzoso, se ne addolorò poco, e spesso fu sentito ripetere: “Pare proprio che fosse stata una vera vendetta del cielo quella inaspettata e barbara morte che fece la mia già fedele consorte”. Dopo alcuni anni, Gaetano Andreozzi tentò di colmare la solitudine, o, come egli diceva, di trovare una distrazione alla dolorosa catastrofe coniugale e pensò quindi di sposare in seconde nozze un’altra bella donna, d’inferiore condizione sociale, ma troppo giovane per lui che cominciava sensibilmente ad invecchiare. Come maestro di canto non era più richiesto come prima e pertanto le sue condizioni economiche iniziarono lentamente a peggiorare fino a ridurlo ad una vera e propria condizione di indigenza. Sommerso dalla miseria più nera, decise di recarsi a Parigi nel 1825 con la speranza di ottenere aiuto della sua antica allieva Duchessa di Berry. La nobildonna, infatti lo ricevette affabilmente e lo protesse, garantendogli sia degli appannaggi economici sia lezioni di canto a tutte le dame di Corte.

Con tali guadagni Andreozzi riuscì a mantenere la misera famiglia lasciata ad Aversa, cioè la moglie e due figlioli. Ma la sua malandata salute non gli consentiva di sopportare il rigido clima continentale di Parigi e per tal motivo pensò di ritornare nel Regno di Napoli. La stessa Duchessa di Berry si preoccupò allora di raccomandarlo a suo padre, Francesco I di Borbone, perchè una volta giunto a Napoli gli concedesse un occupazione ben retribuita. Ma proprio mentre si accingeva a lasciare Parigi, nel mese di dicembre dell’anno 1826, Gaetano Andreozzi moriva all’età di sessantatré anni. Lo sfortunato musicista aversano non era mai stato, in verità, un maestro di genio e di originalità, ma come la maggior parte dei compositori della Scuola napoletana, possedeva una certa vena melodica ed una facilità di scrittura che rendevano gradevoli le sue opere, almeno per la voga di quei tempi.

 

Composizioni di Gaetano Andreozzi esistenti nell’Archivio del Real Collegio di Napoli


1 Giasone e Medea, opera seria in due atti, San Pietroburgo, 1785.

2. Sesostri, teatro San Carlo, 1778,

3. Saulle oratorio, parte prima e seconda, Napoli, teatro San Carlo, 1795.

4. Arsinoe, opera seria in due atti, Napoli, teatro San Carlo, 1795.

5. Armida e Rinaldo opera seria in due atti, idem, 1802

6. Priamo e Tisbe, opera seria in due atti, idem, 1803.

7. Il Trionfo d’Alessandro, opera seria, idem.

8. Se dal ciel pietosi numi, rondò per voce di soprano, con violini, viola e basso, 1778.

9. Domine Deus per soprano e tenore in do modo maggiore con più strumenti.

 

 


Altre opere menzionate nelle diverse biografie


La Morte di Cesare, opera seria, Roma, 1779.

Bajazet, opera seria, teatro Ducale, Firenze, 1780.

L’Olimpiade, opera seria, Livorno, 1780.

Agesilao, opera seria, Venezia, teatro San Be­nedetto, 1781.

Teodolinda, opera semiseria, Torino, 1781.

Catone in Utica, opera seria, Mila­no, 1782.

Il Trionfo d’Arsace, opera seria Roma, 1782.

LaVergine del Sole, opera seria, Genova, 1 783.

Angelica e Melidoro, Venezia, 1 783.

Didone abbandonata, opera seria, San Pietroburgo, 1784.

Sei quartetti per due violini e basso, Firenze, 1787.

Virginia, opera seria, Roma, Tea­tro Argentina, 1787.

Sofronia ed Olindo, Napoli, 1788.

La Principessa filosofa, Napoli, teatro del Fondo, 1790.

Il Finto cieco, Teatro Nuovo, Napoli, 1791.

Le Nozze inaspettate, Fondo, Napoli 1793. –

Il Disprezzo vinto dal disprezzo idem, 1795. –

Gustavo Re di Svezia, Madrid, 1797. ­

La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo oratorio, Napoli, San Carlo, 1709.

Il Ritorno dei numi, Fondo, 1802.

Giovanna d’Arco, opera seria, Venezia, 1805.

Il Trionfo di Tomiri, 1807.

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